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Formaggio, la crudele verità

  • Immagine del redattore: Fabio Zaccaria
    Fabio Zaccaria
  • 17 gen 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 9 feb 2024

Lo sfruttamento animale è inevitabile nella produzione di formaggio così come nella produzione di carne. A dirlo sono due elementi: in primo luogo, i dati relativi al patrimonio zootecnico italiano, e in seconda battuta una semplice constatazione, sulla quale ci soffermiamo troppo raramente: se nelle stalle ci sono solo femmine, che fine hanno fatto i maschi?





Lo so: non ho neanche iniziato a scrivere e già non siete d’accordo; ma se avete pazienza, cercherò di spiegarmi. Se come me andate spesso a passeggiare in montagna, starete già pensando alle mandrie al pascolo, all’aria pura e al suono dei campanacci. E siete convinti che godersi pane e formaggio d’alpeggio non solo non faccia male a nessuno, ma contribuisca a mantenere vive tradizioni millenarie e a garantire la tutela e la ripopolazione dei territori montani.


Se le mucche in alpeggio vi sembrano felici, ricordatevi sempre che sono letteralmente delle sopravvissute

Tutto vero. Almeno fin che ci fermiamo alla superficie delle cose. Cominciamo dai dati dell’Associazione nazionale dei produttori zootecnici.


Wow, ma qui ci sono solo ragazze!


La consistenza del patrimonio bovino in Italia, nel 2020, era rappresentata da circa sei milioni di capi di bestiame, dei quali quattro milioni e 300mila femmine. Le femmine, insomma, sono ben più del doppio dei maschi. Questi dati, che già di per sè dovrebbero far accendere qualche lampadina, sono però solo la punta dell’iceberg e valgono quando si considera la distribuzione dei sessi nella popolazione animale presa nel suo complesso, per così dire includendo ogni fascia d’età, dai più piccoli ai più anziani. Se si prendono invece in esame solo i numeri relativi a quello che succede dopo il compimento del secondo anno di età (e credo non vi sorprenderà sapere che ai due anni ci arrivano vivi solo la metà dei nati), bhe, le cose cambiano parecchio. Perché a varcare quella fatidica soglia sono poco meno di 100mila maschi contro oltre 2milioni e 600mila femmine. Per ogni manzo, insomma, ci sono 26 vacche; e questo nonostante alla nascita, com’è ovvio che sia, la distribuzione fra i sessi sia del 50 e 50.


Che fine fanno i maschi?


Ora, non credo che ci si sia bisogno che sia io a spiegarvi cosa succede, ma giusto per non lasciare niente all’immaginazione, vediamo di essere ancora più chiari. Entro i primi due anni di vita, una percentuale vicina al 90 per cento dei bovini di sesso maschile viene avviata alla macellazione. La linea rossa dei due anni è scelta per una ragione tutto sommato molto semplice: a un certo punto gli animali smettono di crescere (o anche solo rallentano il proprio aumento di peso) e continuano a mangiare: diventano, insomma, una spesa e non un investimento. Per le femmine, invece, la sorte è diversa: una parte finirà per diventare bistecche, di solito anche loro entro i due anni, mentre le altre verranno utilizzate come macchine biologiche per la produzione di latte e di vitelli.


E' business, baby


Questo è lo schema che garantisce la sostenibilità economica dell’intero comparto zootecnico: i maschi sono macellati prima di diventare un costo, e le vacche, che vengono impiegate come mezzi di produzione del settore lattiero-caseario, sono mantenute in vita dai 4 agli 8 anni, prima di diventare improduttive e essere uccise; spesso ridotte in condizioni tali da dover essere abbattute d’urgenza in stalla (per evitare inutili sofferenze all’animale, specifica la normativa). Un’alternativa, molto semplicemente, non è economicamente sostenibile.


Siete pronti a pagare il formaggio, che so, 800 euro al chilo? No? Allora mi sa che gli allevamenti etici non sono per voi

A meno che si trasformino i prodotti lattiero-caseari in prodotti di lusso dai prezzi impensabili, sufficienti a coprire le spese di aziende che si troverebbero ad avere una quota prossima all’80% del proprio bestiame totalmente improduttivo. Se la cifra vi pare eccessiva, dovete considerare che non ci sarebbero solo tutti i bovini maschi, ma anche le vitelle non ancora in età fertile, così come quelle troppo anziane. Se vi chiedete poi a che età potrebbe arrivare una vacca in natura, bhe, non vi sorprenderà sapere che semplicemente non lo sappiamo. I dati, da un punto di vista statistico, sono insufficienti. Sappiamo di Big Bertha, una vacca irlandese che visse 39 anni (dal 17 marzo 1945 al 31 dicembre 1993); sappiamo di diversi esemplari in oasi e santuari che hanno raggiunto i vent’anni di età; ma al di là di qualche informazione aneddotica, da un punto di vista scientifico i dati sono del tutto insufficienti per avere un’idea chiara della reale aspettativa di vita di un bovino. E anche questo, a ben vedere, dovrebbe farci non poco riflettere.

 
 
 

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